CAI Carate Brianza

Scuola di Alpinismo "Mario Dell'Oro"

Flora e fauna PDF Stampa E-mail
Scuola di Alpinismo - Dispense/Didattica
Marmotta

Marmotta

Penso che chiunque sia andato in montagna, anche per una sola volta, abbia subito notato la bellezza di questi luoghi. È qui infatti che si possono trovare angoli di natura ancora intatti, colorati da una miriade di fiori di ogni specie e abitati, qua e là, da animali di cui spesso si scorgono solo le orme sulla neve o le sagome confuse mentre fuggono lontano. L'alpinista o l'escursionista hanno la possibilità, o meglio la fortuna, di passare del tempo in questi luoghi ed è quindi un peccato non conoscere, anche solo in parte, questo particolare e straordinario mondo.

Ambiente e clima

È considerata flora alpina l'insieme di fiori e piante che sopravvivono all'ambiente montano adattandosi.

Adattamento

Nell'adattamento sono i fattori climatici ad avere una maggiore influenza:

  • Escursioni termiche

  • Insolazione e luminosità

  • Neve e vento

Escursioni termiche

La temperatura media annua dominante nella zona delle vette (3.500-4.000 mt.) corrisponde a quella che si ha a 70° di latitudine, cioè oltre il circolo Polare Artico (Alaska, Groenlandia, ecc).

Gli sbalzi di temperatura: l'atmosfera assorbe tanto più calore quanto più è spessa. La sua densità diminuisce progressivamente man mano che ci si alza, diventando quindi sempre più fredda. Questo fenomeno viene chiamato gradiente termico. Quest’ultimo è stato calcolato teoricamente in 1° di meno ogni 170 mt. di maggior quota. Anche il terreno assorbe calore ed umidità in proporzione allo spessore d'aria sovrastante. Di conseguenza salendo di quota il terreno diventa più freddo e più arido.

Insolazione e luminosità

Il discorso fin qui trattato si intende per condizioni in ombra. Tutto cambia con l'arrivo del sole. Infatti una delle caratteristiche del clima alpino è l'intensità dell'insolazione.

 

 


Temperatura

Località

Altezza slm

Ombra

Sole

Differenza

Whiteby (Inghilterra)

20

32,7°

37,8°

5,1°

Monte Bianco

4807

6,2°

87°

80,8°


Al sole anche il terreno in montagna si riscalda notevolmente più che in pianura.

 


Temperatura

Località

Altezza slm

Ombra

Sole

Differenza

Bruxelles

50

+21°

+20°

-1°

Faulhorn

2680

+8°

+16°

+8°


Altro elemento che contribuisce ad accentuare tali escursioni è il riflesso di luminosità che proviene dalle rocce e dalla neve. È ben nota infatti, soprattutto a chi è pratico di fotografia, l'in­tensa luminosità dell'alta montagna. Le misurazioni fatte ci dicono che in pianura l'atmosfera assorbe 1/3 della luminosità, mentre a quota 3000 mt. ne trattiene appena 1/10.

Neve e vento

Un altro elemento non trascurabile nel clima alpino è la neve. Pensiamo infatti che essa copre il terreno vegetativo di alta quota per buona parte dell'anno. Si può dire che già a quota 1500 mt. la coltre nevosa dura 6 mesi, mentre a 3000 mt. permane addirittura per 11 mesi. Questo rappresenta una notevole riduzione del tempo utile per la vegetazione. Lo strato di neve costituisce d'altra parte un termoregolatore ed una difesa della vegetazione sottostante. Così le piante al coperto non perdono tempo e si preparano elaborando energie e riserve in modo che tutto sia pronto per la breve stagione del sole. Accenniamo a 2 ultime circostanze che intervengono nel clima alpino.

L' atmosfera degli strati più alti, per la sua minore densità, è molto ricca di radiazioni specie ultraviolette, che distruggono gli ormoni di accrescimento ed è meno ricca di anidride carbonica necessaria allo sviluppo dei tessuti. Ecco la ragione di una delle caratteristiche della flora alpina, il nanismo.

Non va trascurato il vento, che è una condizione costante in montagna. Infatti, oltre all'origine lontana delle correnti, per differenze di pressione e di temperatura, le corrugazioni montane stesse, così i loro versanti esposti inevitabilmente uno al sole e l'altro all'ombra generano venti locali, per cui aria immobile in montagna è una condizione eccezionale e di brevissima durata. Il vento determina un notevole prosciugamento dei tessuti vegetali ed esercita un'azione meccanica di strappamento, contro la quale le piante devono pure provvedere.

Successione altitudinale

 

Piano padano

Mt. 000-500

Piano submontano

Mt. 500-1000

Comprendente in particolare boschi di latifoglie

Piano montano

Mt. 1000-1400

Popolato di boschi di agrifoglie o conifere

Piani subalpino

Mt. 1400-1800

Caratterizzato da consorzi di arbusti contorti

Piano alpino

Mt. 1800-2500

Formazioni erbacee di diverso carattere

Piano nivale

Mt. 2500-3500

Vegetazione discontinua caratterizzata da muschi e e li­cheni.


L'ambiente montano cambia di aspetto salendo di quota partendo dai grandi boschi di latifoglie (piano submontano) fino ad arrivare a luoghi dove solo pochissime specie di fiori e i licheni so­pravvivono (piano nivale). Alcuni studiosi hanno suddiviso l'ambiente in strisce partendo dalla pianura e arrivando fino alle alte cime innevate, dove ogni "fetta" o "piano" presenta caratteristiche diverse. Queste sono però indicative in quanto possono variare ulteriormente a secondo della regione in cui ci trova.

La flora

La flora alpina è composta da moltissime specie, tra le quali solo ad una parte spetta il nome "alpine". Queste ultime si chiamano "endemiche", cioè piante che si trovano solamente sulle Alpi, mentre le altre specie le troviamo un po' ovunque per il mondo, magari modificate dal diverso ambiente in cui si trovano. A que­sto tipo di metamorfosi sono sottoposte praticamente tutte le specie viventi e questa modifica viene chiamata adattamento. Per esempio la stella alpina simbolo della montagna non è altro che una composita (parente della comunissima margherita) che pro­viene, con migrazioni attraverso millenni, dai pianori dell'Asia centrale. In montagna essa è un'ospite, una forestiera, tanto che non si azzarda neppure a stabilirsi verso le alte vette, sebbene qualche individuo più vivace s'incontri anche intorno i 3000 metri. Abbiamo visto quali difficoltà oppone l'ambiente alpino alla vege­tazione, vediamo ora come reagiscono le nostre pianticine.

Selezione naturale

Le piante in montagna ricercano quelle condizioni che più si avvicinano all' <<optimum>> loro necessario per le esigenze della propria specie. Là dove la pianta sente di non poter assolutamente sopravvive­re, rinuncia a tentare di af­fermarsi. Le prime ad arre­starsi nell'ascensione sono le specie arboree.

Le latifoglie ad alto fusto non superano la zona mon­tana: aceri, betulle, faggi, ontani. Ma anche la mag­gior parte delle aghifoglie (conifere) toccano appena la regione superiore (pino silvestre, abete bianco, abete rosso o peccio fino a 1800-2000 m), oppure vi penetrano di poco (cembro 2300 m, larice 2400 m).

Il larice, l'unica aghifoglia che perde gli aghi nell'inverno, è l'ultimo albero delle nostre montagne. Possiamo dunque dire che dal limite superiore del bosco in su la flora che vi abita ricorre a delle speciali difese.

Quassù le specie legnose non hanno più l'aspetto di vere e proprie piante ma si presentano più sotto forma di cespugli come il ginepro (che nelle regioni pedemontane dell' Hymalaya è un al­bero ad alto fusto), il salice bianco, l'alno verde, o addirittura prostrate, come il pino montano (o mugo).

Questa forma, nana o prostrata, si presenterà d'ora in poi in quasi tutte le specie vegetali, perché essa è una delle reazioni principali con cui la pianta riesce a vincere l'ambiente. Mentre il nanismo è dovuto principalmente alle radiazioni ultraviolette ed alla scarsità dell'anidride car­bonica e oppone anche una minor resistenza al vento, il prostramento, oltre ad offrire anch'es­so questa minor presa allo strappamento, consente (e questo è il suo scopo principale) una miglior utilizzazione del calore del terreno che, come abbiamo visto, nella zona alpina è più caldo dell'aria. Altre specie appaiono addirittura prive di fusto (acaulis), in modo particolare tra le genziane, le sileni e le sassifraghe. Un altro comunissimo arbusto prostrato è ad esempio, il rododendro nelle due note varietà, cioè il ferrugi­neo ( con la faccia inferiore delle foglie color ruggine, che pre­ferisce i terreni umidicci e ricchi di humus), e l'irsuto (che ama i posti asciutti e soleggiati).

Un altro accorgimento di queste pianta, oltre a ridurre le pro­porzioni, è quello di assicurarsi una discendenza, tanto più lassù dove i fattori negativi rendono più problematica l'impolli­nazione. In pratica essa abbisogna di un numero di riproduttori (fiori) più numeroso che in pia­nura; lo scopo è raggiunto con la moltiplicazione dei rami. Infatti quasi tutte le piante alpine sono fortemente cespugliose e recano un gran numero di fiori. Tipiche al riguardo sono le sas­sifraghe: la Saxifraga acaulis (senza fusto) è un vero cuscinetto roseo di minutissime corolle. Comunque l'assoluta maggioranza delle piante alpine non è legnosa, ma erbacea e di queste le perenni predominano sulle annuali per oltre il 90%. Questo perché le annuali devono, diciamo così, rifarsi completamente ogni anno e questo non è possibile ovunque, data la brevità dell'e­state. Alle perenni invece, basta provvedere agli organi di riproduzione (spesso anche le foglie sono persistenti) e, in certi casi, perfino questo sviluppo è ripartito in più di un'annata. Alcune famiglie riescono a raggiungere una velocità eccezionale nel loro sviluppo; ad esempio il Sedum atratum, la Gentiana ni­valis e l'Euphraria minima.

Altre invece sono più lente e non arriverebbero quindi a completare il loro ciclo vegetativo ; in un'unica stagione, ed aggirano l'ostacolo sviluppandosi a rate: un'annata le foglie, un'altra i fiori, quindi i frutticini, infine i semi (Gentiana lu­tea, Colchicum autunnale e Semprevivum tectorum). Vi sono piante che impiegano due, tre, fino a cinque anche dieci anni per riprodursi. Il ginepro, ad esempio, porta contemporanea­mente le bacche di due anni successivi, verdi ed immature quelle dell'annata in corso, nere quelle dell'estate preceden­te.

Se la parte aerea, man mano che si sale di quota, si riduce (il ranuncolo glaciale misura 5 cm, certe Sileni pochi millime­tri),la parte sotterranea al contrario si allunga. Differente­mente che in pianura, le radici sono sproporzionatamente più sviluppate e non è raro trovare piante di pochi centimetri con rizomi di oltre un metro di lunghezza. Lo scopo è quello di attingere a strati profondi suffi­cientemente umidi e quello di resistere più saldamente al vento


FAUNA

Il Cervo

Cervo

Cervo

È il più grande dei mammiferi italiani ed è veramente un nobile animale per il portamento elegante e pieno d'armonia. È detto il re dei boschi. Migra secondo le stagioni, salendo ai freschi pascoli montani durante l'estate e scendendo verso le valli durante l'inverno. Si nutre di ogni sorta di erbe, gemme, foglie e se ca­pitano, anche grani, patate, rape, funghi anche vele­nosi; durante l'inverno, di piante che vegetano pres­so fiumi, di semi e cortecce.

Animali socievoli, i cervi, vivono a gruppi più o meno numerosi. I maschi anziani, forti e vigorosi, costitui­scono piccoli branchi che vivono separati da quelli più cospicui dove, con i maschi giovani, stanno le femmine, una delle quali assume il comando del branco. Dotato di sensi altamente sviluppati, è quan­to mai difficile poterlo sorprendere.

Amori in settembre. Nascite a giugno. Al momento del parto la femmina si isola nel folto del bosco

e dà alla luce un cerbiatto, eccezionalmente due. I piccoli, dal mantello macchiettato di bianco, nei primi tre giorni di vita sono così deboli che non possono nemmeno muoversi. Dopo otto giorni sono già abilissimi a nascondersi. Al settimo mese i maschi mettono le corna. La femmina è adulta a tre anni, mentre il maschio deve attendere un tempo assai maggiore per poter far valere i suoi diritti di padrone. Durante l'epoca degli amori i maschi diventano estremamente irritabili e col­lerici e sfogano il loro malumore con chiunque si avvicini. A sera ed al mattino il bosco echeg­gia delle grida dell'animale innamorato e gli scontri tra i maschi per il dominio del branco dan­no luogo a combattimenti terribili. Questo ruminante, ornamento dei boschi di montagna, per­de ogni autunno il suo superbo trofeo di corna ed ogni primavera lo rimette per intero (se non ha ancora raggiunto il completo sviluppo, ogni anno con una punta di più).

Le corna caduche si riconoscono perché sono piene e spuntano da una “rosetta" , cioè da una caratteristica espansione sopra le bozze frontali. Le nuove corna sono dapprima rivestite da una guaina pelucata (il "velluto") che presto cade a brandelli.

Il capriolo

Capriolo

Capriolo

È il più grazioso e delicato ed anche il più diffuso abi­tatore dei boschi alpini. è un animale prudente e timi­do dalle forme eleganti e dai movimenti molto agili. Caratteristica particolare: gli occhi, che sono molto grandi e dall'espressione dolcissima. Ferito emette un pietoso belato tale da intenerire persino il duro cuore dei cacciatori. Corna a tre punte solo nei maschi che le perdono in autunno per rimetterle in primavera. Amori in estate. In maggio, quattro o cinque giorni prima del parto, le femmine si ritirano in un posto tranquillo e danno alla luce uno o due piccoli. Otto giorni dopo i piccoli sono già in grado di seguire la madre al pascolo. Allattamento fino in agosto, ma già al secondo mese i piccoli alle poppate frammischiano qualche tenera erbetta. A 14 mesi sono già adulti e ciascuno forma la propria famiglia. Erbe, foglie e ger­mogli giovani degli alberi frondosi, gemme di conifere, cereali verdi, ghiande e frutti costituiscono la base del nutrimento. Ha molti nemici naturali: l'aquila, la mar­tora e persino la minuscola donnola, dai quali si difen­de con velocissime fughe. Anche il freddo è un suo pe­ricoloso nemico: il capriolo teme gli inverni rigidi e ne­vosi perché le sue esili zampette sprofondano nella neve che gli impedisce di camminare per procurarsi il cibo e spesso la povera bestiola muore di assideramento. L'implacabile nemico del capriolo rimane però sempre l'uomo che, nell'impazienza di colpire, abbatte indiscriminatamen­te soggetti giovani e femmine.

 

Lo stambecco

Vecchio di 18 milioni di anni, lo stambecco è sopravvissuto in Europa solamente nel gruppo del Gran Paradiso, succes­sivamente colonizzato in altre zone della catena alpina. Durante l'anno, tranne il periodo amoroso (dicembre) gli stambecchi maschi vivono a branchi, sempre in zone roc­ciose. Vivono a parte e più sparse le femmine, diffidenti e vigili, con i propri piccoli: questi ultimi nascono in giugno, di norma una femmina è madre ogni due anni, dai tre ai quindici anni dà alla luce uno, rarissimamente due piccoli del peso di 2 chilogrammi. Le femmine dello stambec­co pesano meno della metà dei maschi, questi ultimi possono superare, in autunno, anche i 100 kg. Le robuste e nodose corna dei maschi possono raggiungere il metro di lunghez­za, mentre quelle delle femmine si riducono ad un quinto. Le femmine sono quindi meno impo­nenti dei maschi, in compenso esse sono più avvedute e abili nell'arrampicarsi sulle rocce. Du­rante l'estate tutti gli stambecchi vivono presso le alte creste dei monti. D'inverno si avvicina­no alle valli ma preferiscono vivere di stenti piuttosto di accettare foraggiamenti artificiali. Cibo preferito è l'erba detta "olina" in Val d'Aosta. Si dissetano esclusivamente attraverso il nutri­mento vegetale, rugiada ecc. Nemici: eliminati dall'uomo i principali antagonisti, il lupo. la lin­ce, l'orso, vi rimangono la neve con le valanghe ed i bracconieri.

Il camoscio

È l'animale di grossa taglia più diffuso sulle nostre Alpi. Il suo peso in autunno, raggiunge i 50 kg. Prodigioso arram­picatore, sicurissimo nel salto, audace e vigoroso nello sca­lare le rocce, rapidissimo nella corsa, può superare un di­slivello di 1000 metri in soli 10 minuti; possiede udito, odorato e vista acutissimi per cui fino ad oggi ha potuto sopravvivere alle insidie dei cacciatori e dei bracconieri. Femmine e maschi fino a tre anni, vivono in branchi riuniti. I maschi adulti vivono isolati e si avvicinano ai branchi solo nel periodo degli amori, fra novembre e dicembre. La na­scita avviene fra maggio e giugno, talvolta è gemellare. Corna cave, quasi uguali sia nei ma­schi che nelle femmine, così è difficile per un profano distinguere a distanza il sesso.

Il pascolo avviene in prevalenza all'alba e al tramonto, il resto della giornata è dedicato alla lunga siesta per il rumine. Una vecchia femmina esperta resta sempre di vedetta, pronta a dare il segnale d’allarme con un acuto fischi che emette dal naso, guida poi il branco nella pre­cipitosa fuga. In estate preferisce le alte creste, d'inverno, invece si rifugia nei boschi, dove trova rifugio pure durante le violente tempeste che presentisce con notevole anticipo.

La marmotta alpina

Marmotta

Marmotta

Si trova normalmente nelle alte praterie fra i 1500 ed i 3000 mt. Le sue tane sono abitualmente scava­te in terreno scoperto e durante la bella stagione essa prende il sole sul loro limitare. Per acutezza di sensi e per industriosità la marmotta supera ogni altro mammifero sulla montagna. Vive in colonie e passa l’inverno in letargo a gruppi da 4 a 12. Si nu­tre esclusivamente di vegetali in prossimità del pro­prio rifugio pronta a penetrarvi al minimo disturbo, dopo aver emesso il caratteristico fischio d'allarme, che di suono diverso a seconda se il pericolo viene da terra o dall'aria. Appare robusta, di aspetto toz­zo ed ha una straordinaria capacità di agire con gli arti anteriori. Al sopraggiungere dell'inverno la mar­motta, assai grassa (fino a 1 1 Kg), si predispone al sonno invernale. Durante il letargo la sua tempera­tura scende sui 10-11 gradi, mentre gli atti respira­tori ed i battiti cardiaci si riducono ad 1/15. Si sve­glia in marzo-aprile, debolissima e subito comincia­no gli amori. Dopo 40 giorni nascono i piccoli, in numero di 3-7. Escono dalle tane in luglio.

 

 

 

Il tasso

Tasso

Tasso

È un animale solitario indolente. Assomiglia ad un sui­no del quale possiede anche il grugnito. La sua carne è ancora più dolce di quella del maiale e dalla sua pelliccia si ricavano ottime spazzole e pennelli. Frequenta luoghi tranquilli e sicuri. L'abitazione, tenuta nella massima pulizia, si compone di una vasta camera centrale che comunica con l'esterno con 6-8 gallerie, di cui una sola serve d'ingresso, le altre di ventilazione e per un'eventuale fuga. Sta rintanato per la maggior parte della sua vita, esce solo a notte inoltrata alla ricerca di cibo consistente in insetti, rettili, anfibi, lumache, vermi, frutta, ghiande, tartufi, all'occasione grano, mais, uva, miele. In autunno, il tasso, molto grasso (20 Kg), si predispone al lungo sonno invernale, al termine del quale è di una magrezza impressionante. In febbraio la madre dà alla luce 3-5 piccoli, ciechi fino a 10 giorni. Dopo 3-4 settimane escono dalle tane a prendere il sole. In autunno si separano dalla madre per vivere isolati.

 

 

 

La volpe

Volpe

Volpe

È essenzialmente animale di bosco. I suoi quartieri si trovano nei burroni e nelle forre, ove tiene le proprie tane, in prevalenza usurpate ai tassi. Scaltra e malan­drina, è creatura notevole a cui si devono riconoscere qualità fisiche e psichiche non comuni. È il più raffina­to di tutti i furfanti, non c'è selvaggina troppo forte nè troppo veloce per la sua astuzia e per la sua sveltezza. Ha il ruolo di nemico pubblico numero uno di tanta no­bile selvaggina delle Alpi. I numerosissimi roditori diurni e notturni formano sempre la base dei suoi pa­sti. Sono pure graditi al suo palato gli insetti, i rettili e non disdegna la frutta matura, le bacche aromatiche ed anche il miele. Suoi nemici: l'aquila, l'astore, i lupi e perfino l'ermellino. Accoppiamenti a metà febbraio, nascita fra aprile e maggio. I cuccioli, da 3 a 6 vengo­no amorosamente curati dalla madre, mentre il ma­schio; solo per breve tempo si incarica del sosteni­mento dell'intera famiglia che poi abbandona. A un mese escono all'aperto e subito vengono addestrati alla caccia. In autunno si rendono completamente indipendenti. Adulta la volpe misura metri 1,40 di cui 50 cm di coda. Il suo peso va da 6 a 10 kg.

 

 

 

La lontra

Abita in tutta l'Europa e l'Asia. In Italia ormai in pochi esemplari. Nell'Hymalaya si spinge fino a 4000 mt. La sua vita è strettamente legata all'elemento acqua. Ha le sue tane in riva ai corsi d'acqua, con l'apertura che scende per qualche decina di centimetri sotto il pelo dell'acqua. La ventilazione è assicurata da un altro foro sul soffitto della camera, ben mascherato con erbe e cespugli. Questo secondo foro serve anche ad allontanarsi in caso di piene. Piuttosto lenta sul terre­no è invece velocissima in acqua. Vorace ed ingorda riesce a spopolare interi corsi d'acqua. La sua attività non cessa neppure d'inverno. Vive solitaria e caccia alla notte. In mancanza di pesci si accontenta anche di rane, topi ecc.. In maggio, la femmina dà alla luce 2-4 piccoli, ciechi ed inetti. La prole viene curata amorevolmente, istruita al nuoto ed alla pesca, difesa coraggiosamente anche a costo della vita.

La lepre alpina

Lievemente più piccola della lepre comu­ne, è più scaltra e più audace. Ha la ca­ratteristica di mutare manto. Nella sta­gione estiva la sua pelliccia è di color grigio; d'inverno invece assume un color candido sul quale spiccano gli apici delle orecchie che rimangono sempre nere. Vive da 1500 a 3000 metri nutrendosi delle saporite erbe di montagna. D'inver­no, con l'aiuto delle robuste zampe sca­va nella neve fino a raggiungere la vege­tazione. Affamata non esita a spingersi fino alle soglie dei casolari. Dimora nei crepacci delle rocce, in buche naturali, nelle tane delle marmotte o di quelle de­gli stessi suoi predatori incontrandovi spesso la morte. Amori in primavera ed in estate. Dopo una gestazione di 40 giorni dà alla luce da 3 a 5 piccoli poco più grandi di un topo, ma che dopo pochi giorni dimostrano una vivacità straordinaria. Un terzo parto può avvenire in autunno.

Nemici: tutti i carnivori oltre che i rapaci e l'uomo. Riesce a sopravvivere solo grazie alla sua prolificità.

Lo scoiattolo

Scoiattolo

Scoiattolo

Questo allegro animaletto è uno dei più belli ornamenti dei nostri boschi. Quando il tempo è sereno, si muove ininterrottamente sugli alberi che gli forniscono alimento e ricovero. Le sue infinite evoluzioni è le pazze corse gli servono più per passatempo che per necessità di ricer­carsi il cibo. La sua lunghezza è di 45-50 cm di cui quasi la metà è riservata alla coda che serve da timone nei grandi salti che egli spicca da un albero all'altro, a volte fino a 5-6 mt. Il pelame è assai diverso dall'estate all'in­verno, alle volte da zona a zona. É strettamente legato al bosco dal quale ricava l'alimentazione principale: gemme, pinoli, ghiande, noci, nocciole, semi, frutti, funghi; si ciba pure di insetti ed alle volte saccheggia anche qualche nido. Le cavità degli alberi sono il suo ricovero preferito ove immagazzina anche le scorte di cibo per l'inverno. Resta rintanato nelle ore calde di sole e si aggira per il bosco solo al mattino e verso sera, ancor più teme la pioggia, i temporali, le tempeste e le bufere di neve. Prevede il temporale con diverse ore di anticipo. Costruisce il suo nido, grazioso e robusto, tutto coperto per ripararlo dalle piogge e con l'apertura verso il basso, sulle biforcazioni dei tronchi. Inizio degli amori a marzo, dopo 4-5 settimane le femmine mettono alla luce 3-7 piccoli, fragilissimi e con gli occhi chiusi. A conclusione dell'allattamento sono già agilissimi e ricchi di pelo. I genitori passano subito a seconde nozze pur restando la famiglia sempre riunita. All'inizio dell'estate, per i giovani comincia il periodo dell'addestramento che, sul far dell'autunno, li porterà ad essere atti a sopportare da soli la vita del bosco.

 

 

 

 

La puzzola

Puzzola

Puzzola

Diffusa in tutta l'Europa centro-settentrionale. Lunghezza 56-57 cm coda compresa. Sanguinaria come tutti i mustelidi, assale volatili e piccoli mam­miferi. S'accontenta anche di rane, lucertole, sala­mandre, rettili, compresa la vipera della quale non teme il veleno. In mancanza d'altro si ciba di locuste, lumache ed insetti vari. È abile anche nella pesca. Aggredita, mostra coraggio e decisione; in casi estre­mi si difende con ben indirizzati getti di liquido fetido delle sue ghiandole anali.

La martora

Abitatrice dei boschi, specie di quelli molto fitti e poco frequentati dall'uomo. Animale bello e molto agile, lun­go circa 50 cm più di 30 di coda. Pelliccia pregiata di color bruno scuro, gola e collo color giallastro. Animale scaltro, astuto, sanguinario, attacca tutti i mammiferi dalla lepre in giù ed a volte anche caprioli giovani e adulti ammalati, uccelli e loro nidi. Velocissima nell'ar­rampicarsi sugli alberi sorprende perfino l'agilissimo scoiattolo. Scarseggiando la caccia nel bosco si avvici­na all'abitato. Se riesce a penetrare in un pollaio è ca­pace di abbattere tutti i capi per portarne via solo uno. Amori da fine febbraio ai primi di marzo. Dopo 9 setti­mane la femmina dà alla luce da 3 a 5 piccoli che re­stano ciechi per una quindicina di giorni, ma dopo po­che settimane sono già in grado di seguire la madre nelle sue scorribande.

L'ermellino

Diffuso in tutta l'Europa centro-settentrionale. Detie­ne fra i mammiferi, assieme al "campagnolo delle nevi", il primato della vita ad alta quota: fino a 4000 metri. È molto simile alla donnola, ne differisce per le dimensioni più grandi, 30-35 cm. Anche il manto ri­corda quello della donnola, in periodo estivo, durante l'inverno esso acquista una colorazione perfettamente bianca, esclusa la punta della coda che rimane nera. Il manto bianco dell'ermellino è molto ricercato, per­ciò di notevole valore. Predatore spietato abbatte le sue vittime anche senza necessita di cibo. Attacca perfino l'astuta volpe. Abile nuotatore si fa delle vere scorpacciate di pesce e topi acquaioli. Se capita in ba­lia di un nemico più forte di lui se ne libera diffonden­do tutt'intorno lo sgradevole odore delle sue ghiando­le. La femmina partorisce fino a 12 piccoli i quali ri­mangono a lungo presso la madre che insegna loro tutti i segreti per aggredire la preda.

La donnola

Donnola

Donnola

Di colore bruno-rossastro; gola, petto e ventre bianchi. È il più piccolo ma il più evoluto dei mustelidi. Vive nelle boscaglie ma si spinge oltre i 3000 metri di quota. Picco­la di appena 20 cm è però molto coraggiosa e ferocissi­ma. Predatrice notturna, aggredisce e sgozza tutti i pic­coli animali che riesce a trovare. Fa vere stragi di insetti, bisce e in particolar modo di topi che va a scovare nelle piccole tane. Vive in coppia. Nel suo nido comodo e cal­do la femmina dopo 5 settimane di gravidanza, dà alla luce da 5 a 7 piccoli. Fatto che può ripetersi 2 o 3 volte all'anno. I piccoli nascono ciechi ma dopo poche settima­ne dimostrano una vivacità sorprendente e passano lun­ghe ore a giocare sotto la stretta sorveglianza della ma­dre che, per proteggere i piccoli, affronta qualsiasi nemi­co, non escluso l'uomo.

 

 

 

 

 

 

Il campagnolo delle nevi

Misura pochi centimetri, vive da 1000 a 4000 m in pro­fonde tane nelle quali vi accumula, durante la buona sta­gione i viveri per l'inverno consistenti in erba, radici, bac­che e quando trova, grani. Pelliccia color grigio-bruno, molto fitta per poter resistere alle basse temperature. La femmina mette alla luce da 3 a 7 piccoli, un paio di volte all'anno, dopo una gestazione di 3 settimane. Si ritiene possa vivere normalmente 4 anni. È spietatamente cac­ciato dal suo terribile nemico, l'ermellino.

L’orso bruno delle alpi

È il più grosso dei carnivori Europei: può raggiungere i q.li 1,5 di peso. Nonostante la corporatura tozza e massiccia è abbastanza agile da compiere salti di 5 metri di lunghezza e salire con facilità sugli alberi. L'orso è un animale solitario, sta assieme alla femmi­na solo per breve tempo in primavera (il periodo amoroso). I piccoli nascono dopo 7-8 mesi, nel cuore dell'inverno in cucciolate di 1-2 individui. Alla nascita sono molto piccoli, ciechi e ricoperti da finissima e fitta peluria. All'età di 4-6 mesi cominciano a tenersi in piedi sulle zampe e seguire la madre che insegna loro a cercarsi il cibo. In questo periodo sono dei ba­tuffoli di morbido pelo, vivacissimi e molto graziosi, spensierati sempre pronti al gioco. Restano a lungo con la madre e pare che, superato l'anno di età, siano incaricati della sorveglianza dei fratelli minori. Lo sviluppo dell'orsacchiotto dura 5 anni. È abbastanza longevo, la durata media della sua vita si aggira sui 50 anni. È classificato fra i carnivori ma solo raramente si ciba di carne, preferendo un'alimentazione vegetariana. Ac­cenniamo che è falsa la nozione che l'orso passa l'inverno in letargo. Esso invece sverna co­sciente (ibernazione).

La vipera comune

È la più diffusa in Italia, la si trova fin sopra i 3000 m. Ha testa triangolare, ben distinta dal collo; corpo tozzo; coda breve e sottile. La femmina può raggiungere i 75 cm di lunghezza. Colore vario, dal grigio cinerino o gri­gio giallastro, al bruno rossiccio o grigio scuro. Su que­sto fondo dorsale spiccano macchie più scure non sem­pre a zig-zag. Le parti inferiori vanno dal bruno o rosso giallastro, sempre con macchie grigio scuro. Si nutre di piccoli mammiferi, in particolare di arvicole ed altri ro­ditori dannosi all'agricoltura, oltre che lucertole, anfibi ecc. Lenta nella corsa, si avvicina silenziosamente alla preda che ghermisce con rapidissimo e mortale morso. Inghiotte per intero la preda e si ritira all'ombra per la digestione che dura un intero giorno. Dopo qualche ora dal pasto, il veleno, che le serve anche per la digestione, si è già riprodotto.

Suoi nemici: il riccio, il tasso e gli uccelli rapaci, sia diurni che notturni, i quali sembrano par­zialmente immuni dal veleno. Accoppiamenti a marzo e dopo una gestazione di 4 mesi vengo­no deposte le uova che contengono i piccoli già preformati. In breve i viperini si liberano dal guscio e siccome le ghiandole velenifere sono già funzionanti essi sono ormai pronti per la cac­cia. Predilige i luoghi caldi e secchi. Terreni sassosi ed incolti, siepi e cespugli ricchi di nascon­digli dai quali non si allontana mai di molto. È un animale timido ed attacca solo se disturbato. Passa l’inverno in letargo, in buche sotterranee avviluppata in più esemplari.

L’aquila reale

Il simbolo delle alte vette. La sua robustezza eccezionale, la sua taglia armoniosa e svelta, il suo volo alto e possente ne ha fatto un uc­cello nobilissimo, preso dall' uomo, fino in epoche antiche, a simbolo di forza e fierezza. Animale essenzialmente alpestre, diffuso in molte parti d' Europa ed Asia. Costruisce il suo rozzo nido sugli appicchi che accoglie uno o due uova ruvide, covate dai due sessi da marzo ad aprile. Dotata di sorprendente forza muscolare, di ampi e robusti organi di volo (l'apertura alare supera i 2 metri), le dita lun­ghe armate di artigli lanciformi; l'aquila assa­le giovani mammiferi di media grandezza come caprioli, piccoli camosci, capretti, agnel­li, lepri che solleva agevolmente e trasporta al suo nido.

II suo raggio di azione supera i 50 km. Lancia acute grida, ha vista proverbiale, il volo è po­tente. Ritenuta nociva è perseguitata più del necessario

L’avvoltoio degli agnelli

Presenta caratteristiche intermedie fra l'aquila e l'avvoltoio. Un tempo era molto comune sulle Alpi, attualmente se ne trovano pochissimi esemplari in Sardegna.

Lunghezza metri 1,50 apertura alare metri 2,50, quindi più grande dell'aquila. Si nutre prevalentemente di cadaveri e di ossa. Raramente aggredisce animali vivi. Ha l'abitudine di sollevare ad alte quote le prede più voluminose e lasciarle cadere al suolo affinché si sfracellino. Ne mangia poi prima le ossa di cui è molto ghiotto. Nidifica nelle cavità delle rocce strapiombanti. Nel suo rozzo nido depone 2-3 uova grosse e granulose.

La poiana

Poiana

Poiana

A prima vista assomiglia all'aquila, la si distingue oltre che per la mole minore (apertura alare metri 1,20 circa) anche per i tarsi nudi e per il volo che viene compiuto a grandi spirali fino a notevole altezza. Dà l'impressione di essere pi­gra, lenta e pesante, mentre invece è sicura sulle ali e piomba sulla preda fulmineamente ad ali chiuse. Le sue vit­time preferite sono: topi, rettili, anfibi, scoiattoli e qualche altro mammifero, raramente gli uccelletti. Ha grande abilità nel combattere le vipere che affronta coraggiosamente pur non essendo immune al loro veleno. Deve essere conside­rata utile quale elemento di equilibrio nella lotta biologica. In aprile-maggio torna allo stesso nido, costruito sugli albe­ri. Dopo averlo rimesso a punto, la femmina depone da 3 a 6 uova dal guscio bianco-azzurro con macchie brune. Dopo 22 giorni di incubazione nascono i piccoli che vengono nu­triti da entrambi i genitori. Solo durante l'allevamento, se spinta da necessità, attacca lepri e conigli.

Il gufo reale

Raro. Ha il proprio rifugio nei luoghi più inaccessibili: rocce, burroni, forre. É il più grande dei predatori notturni. Raggiunge i 70 cm di lunghezza ed il peso di 5 kg. Nonostante la sua mole è velocissimo nei suoi movimenti ed agilissimo nell'inseguire la preda. Assale tutti i predatori notturni dalla volpe in giù, oltre che lepri, topi, rettili, gatti e grossi uccelli. Il suo nido assai grossolano, è posto in grotte o sulle biforcazioni degli alberi; la madre vi depone e cova da 2 a 10 uova mentre il genitore s'interessa del cibo.

Il gallo cedrone

Molto diffuso in passato, è ormai diventato raro. Il maschio è di notevoli dimensioni superando il metro di lunghezza, mentre la femmina non supera i 70 cm. Il piumaggio ricco e folto è di tonalità scura nel maschio, più chiaro nella femmina. Dimora nelle foreste miste di conifere e latifo­glie, ricche di acqua e radure erbose. Di abitudini sedenta­rie, non cambia mai zona. Anche d'inverno difficilmente si spinge verso valle. In questa stagione si nutre solo di fo­glie aghiformi, mentre d'estate, oltre che di insetti si rim­pinza di lamponi, mirtilli e fragole. Veloce sul terreno, nel volo è lento, pesante ed assai rumoroso. È un vero gallina­ceo, collerico, litigioso e geloso, despota nei confronti della femmina. Più canta più diviene eccitato ed è preso da tale frenesia da non vedere nè udire il cacciatore che vigliaccamente approfitta di questi momenti: La femmina, in una semplice depressione del terreno, su poche foglie secche, depone in media 8 uova che vengono covate per circa un mese. Già dopo qualche ora dalla nascita i pulcini sono in grado di seguire la madre. I giovani maschi già in autunno se ne vanno per proprio conto, le femmine si dividono al richiamo amoroso della primavera.

Il fagiano di monte

Chiamato anche "gallo forcello" per la caratteristica foggia della coda del maschio. Anche questo gallinaceo è in co­stante diminuzione. Il maschio, lungo oltre 60 cm è un uc­cello maestoso per la forma e l'opulenza del piumaggio dal bel colore nero lucente dai riflessi metallici. Qualche tocco di bianco risalta nelle copritrici alari e nelle parti posteriori. Appena al di sopra dei bruni occhi risalta di un rosso vivo, una strana caruncola. Le femmine hanno dimensioni infe­riori e livrea più scialba tendente al grigio-marrone. Pavidi e circospetti, incapaci di voli sostenuti e prolungati, sfug­gono a pericoli con lo starsene acquattati nei boschi e nei cespugli.

Cibo come i cedrone e come questi a primavera manifestano i loro amori, lottando accanita­mente per il dominio dell'harem. Anche le loro manifestazioni amorose spesso vengono inter­rotte da un colpo di fucile. Le femmine preparano scrupolosamente il loro nido, tappezzandolo di morbidi muschi e piume che si strappano di dosso. Vi depongono 8-10 uova che covano per 25 giorni. Il maschia resta nelle vicinanze a fare buona guardia al proprio harem. Dedicherà il suo tempo alla prole, quando essa sarà in grado di seguirlo alla ricerca del cibo.

Il francolino di monte

Di abitudini sedentarie dimora sopra i 1500 m e sola­mente nel periodo invernale scende verso valle alla ricerca di cibo che si riduce ad aghi di conifere ed a qualche radice che riesce a dissotterrare finché la neve non è troppo alta. Nella buona stagione si ciba di germogli, foglie, frutti e soprattutto di insetti. Velo­ce sul terreno come tutti i galliformi, ha scarsa attitu­dine al volo. Di dimensioni modeste (il maschio 25 cm) ha forme leggiadre. La ricchezza del suo piumag­gio gli conferisce una certa opulenza. È monogamo e durante la riproduzione vive in coppia. A primavera, all'alba ed al tramonto presso i corsi d'acqua, si ode il canto d'amore del maschio, che si accentua nelle giornate piovose.

La pernice bianca

In realtà non è una vera pernice bensì un tetraonide. Si­milmente a quanto si riscontra nella lepre bianca e nell'er­mellino, la pernice bianca presenta una variazione di colo­re stagionale a scopo mimetico. Anch'essa infatti possiede una livrea invernale ed una estiva, mentre in primavera ed in autunno assume dei colori intermedi. D'inverno si pre­senta bianca come la neve: solo le timoniere ed una picco­la zona tra becco ed occhio restano nere. D'estate assume gradazioni comprese nella gamma del bruno e del marro­ne, con macchiette e strisce grigie e giallastre, mentre l'addome rimane bianco. Simili per complessione ad un co­lombo, le pernici hanno tronco massiccio e raccorciato, te­sta tonda, ali corte ed ottuse, coda tronca. L'habitat natu­rale è al di sopra dei 1500 m . Fedele alle solitudini dei pic­chi nevosi non abbandona, se non per necessità di cibo, i suoi rifugi, i soli che le possono offri­re sufficiente garanzia per la perpetuazione della specie. Parca, la pernice bianca si accontenta di quanto possono offrirle i terreni rocciosi dove allignano magri arbusti e bassi cespugli. Anche i licheni servono a sfamarla e quando la neve copre ogni cosa, si nutre esclusivamente di gemme coriacee e bacche avvizzite. Nella buona stagione si ciba di fiori, frutti, semi e soprattutto di insetti. Accoppiamenti in primavera; la femmina depone una dozzina di uova in un rozzo nido e dopo un'incubazione di un mese i pulcini sono vivacissimi ed abilissimi nell'occultarsi in caso di pericolo. In agosto sono pronti per prendere il volo.

Il gracchio alpino

Vive gregario su tutte le Alpi fino alle vette più alte. Appartiene alla famiglia dei corvidi ma è di dimensioni più ridotte (40 cm). Piumaggio nero e vellutato dai riflessi cangianti verdi e violetto. Becco giallo e sottile, zampe vermiglie e lunghe. Si affeziona alla propria dimora che occupa per intere generazioni. È onnivoro. A stormi si getta sui rifiuti dei rifugi che spazza in pochi minuti. Disturbati, s'elevano quasi contemporaneamente in volo con spettacolo bello a vedersi, riempiendo l'aria con il loro gracchiare. In un rozzo nido, collocato fra gli anfratti della roccia, la femmina depone 3-7 uova cenerine macchiate di marrone, che vengono covate per 18 giorni, dai due sessi. L'inverno lo spinge verso valle. Affamato fa man bassa di tutto quel che trova: frutta, bacche, insetti, roditori, uccellini, mammiferi e anche carogne.

Il gracchio corallino

Si differenzia dal precedente per il becco color rosso vivo. È molto raro sulle Alpi pur avendo le stesse abitudini del Gracchio alpino

Il picchio verde

Pochi uccelli come i picchi presentano una così evidente correlazione di forme con la vita arboricola : il piede pren­sile, la coda cuneata con rachidi robuste, il becco a scal­pello atto a scavare nel legno, la lingua lunga protrattile al contatto della quale gli insetti restano invischiati, ne sono una manifestazione. È un lavoratore formidabile capace di ispezionare un centinaio di piante in un sol giorno ed in questo lavoro desta grande ammirazione. Non arrampica mai in discesa, preferisce abbassarsi in volo arrampicando poi in salita. Ha vista ed udito eccezionali. Riesce a localiz­zare con assoluta precisione i tarli nei vecchi tronchi, che raggiunge con poche raffiche del suo formidabile becco. Martellatore instancabile, quando deve costruirsi un nido diventa ancora più attivo. Scelto il tronco incomincia a martellarlo e scava prima una stretta galleria verso il bas­so per 30-50 e crea una camera di 20 cm di diametro dove la femmina su un letto di trucioli di legno, depone 6-8 uova lisce e lucide. Dopo 18 giorni di cova, alternata dei due sessi, nascono i piccoli che vengono allevati con cura dai genitori. In capo a tre settimane sono in grado di far le pri­me sortite dal nido. Per lungo tempo ritornano a pernot­tare alla stessa dimora. In ottobre la famiglia si disgrega. Questo benemerito dell'agricoltura e silvicoltura ha molti nemici: i freddi intensi, i rapaci e non ultimo l'uomo.

Il picchio muraiolo

Per molti versi simile al picchio verde, predilige le pareti rocciose agli alberi.

Ricordiamo anche il fringuello alpino, !e Crociere, la Cincia mora, la Cincia bigia alpestre, la Cincia col ciuffo ed anche esemplari che pur non essendo tipicamente alpini, trovano sui monti il loro ambiente naturale per la riproduzione quali: la Pas­sera scopaiola (Prunella modularis) e il Verdone ( Prunella colla­ris) che potremmo definire insettivori d’alta quota, la Rondine montana (Hirundo rupestris) ed il Rondone alpino (Apus melba) che costruiscono il loro nido sugli strapiombi impastando stecchi e pagliuzza col fango o con la saliva, il Passero solitario (Monti­cola solitarius) dal canto melodioso e il Codirossone (Monticola saxatilis) anch'egli particolarmente canoro.

La montagna è ricca di abitatori: si pensi ai rettili, agli anfibi, ai pesci e a tutta la gamma degli insetti che nell'armonia del crea­to collaborano alla vita di animali e piante.

Ci auguriamo che il mondo meraviglioso della Flora e della Fauna delle Alpi possa essere per tutti gli alpinisti, motivo di studio e di elevazione spirituale e non oggetto di sconsiderata e bia­simevole distruzione.

Nota dell'Autore:

Tutte le immagini di questa dispensa sono tratte da questo sito:

http://www.ermesambiente.it/wcm/parchi/index.htm

 

 

 


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